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July 03 CambioCambio faccia: la mia non conviene.
A ciascuno il suo buon viso.
Da oggi anche il mio cattivo gioco...
(...chè almeno mi rilasso e parlo poco)
June 23 Le tue vocaliEra entità esigua, esangue.
Angoscia attaccata all'ancora.
Insidiava ingenue illusioni.
Orchestrava odi o orgasmi.
Esternava espiazioni ed esempi.
Adesso, accontonata, arranca.
Inventando inesistenti inciuci.
Odiando ore ora orripilanti.
Urinando umilianti umorisimi.
Eggià, gioco ancora con le vocali,
in fraseggi risultanti goffi e banali.
Ma della critica mi curo poco:
tu lo sai, io vivo e quindi gioco.
Non volermene se non ho ambizione:
scrivo senza intento di pubblicazione.
La letteratura non è il mio mestiere,
lascio a te il savoir faire di paroliere.
Sai anche questo: io miro ad altro,
cedo a te il ruolo dello scaltro.
Del resto, il fatto è arcinoto,
credi si scriva con lo scroto.
Io, vagina, ho le mie case editrici
e, ti piaccia o no, le chiamo amici.
Non stizzirti, ora, se ho osato in rima,
loro sorrideranno di quest'opera prima,
leggendo me nella mia nuova creatura,
chè son priva di metrica, è la mia natura.
A te il piacere di giostrar accenti,
come fai coi pacchi sui pavimenti.
A te il gusto, l'ossessiva, bieca passione
di indirizzare il tuo pacco in ogni stazione.
June 15 Di bestie varie e di pseudovirtùLa coda avrebbe dovuto insospettirla.
Avrebbe fatto prima a capire che si trattava di un cane.
E che solo meritava di stare.. June 12 SoffioC’erano quelli seduti da una parte. E i tizi accomodati dall’altra; quelli che dal loro cantuccio, ritenuto persino comodo, si costringevano alla convinzione che lei stessa non conoscesse il motivo che la spingeva a scrivere. Lei si limitava a sorridere. Erano queste le circostanze in cui si conosceva meglio. Gli attimi durante i quali, grazie a quei sospetti, tutto diventava fulmineamente chiaro. Scriveva, è vero. Aveva scelto quello come mestiere. E le motivazioni di simile azzardo le sembravano innumerevoli. Tutte valide. Ma solo quando veniva tacciata di inconsapevolezza, si accorgeva di farlo sostanzialmente per due motivi. Il primo risiedeva nel suo essere tremendamente impulsiva . Parlare le veniva bene, sì, ma spesso si sconvolgeva da sola della facilità con la quale, suo malgrado, riusciva a farsi credere una stronza di proporzioni inusitate. Non filtrava. Il cervello suggeriva. La lingua dava forma. Nessuna censura. Solo l’eventuale, e probabilissimo, sguardo perso dell’interlocutore. Immobile. Di ghiaccio. Con le labbra paralizzate, che non emettevano suoni, ma che dipingevano puntualmente, in quel quadro muto ch’era diventato il viso di turno, un “C’hailafacciacomeilculo, tu, pezza di merda”. Si straniva, lei. Nonostante da sempre credesse nella quasi totale assenza di volgarità nelle parole. E il suo linguaggio lo dimostrava. Credeva fosse facile leggere questo pensiero per chiunque sfiorasse la sua vita, anche nelle situazioni in cui era estremamente sboccata. Ma si accorse che pochi erano in grado di farlo. Gli altri, i più, gli stessi che la ritenevano una stronza abissale, scovavano oscenità in quell’incuranza di dire. Non ce la facevano. Non riuscivano a trovare volgarità laddove avrebbero dovuta cercarla. Negli atteggiamenti. Nello strisciare da meschini. Nei silenzi forzati. Nelle azioni ponderate. Si convinse, allora, che onde evitare di esser presa a ceffoni, avrebbe dovuto mediarsi, in qualche maniera. E la scrittura divenne il suo filtro. Non smise di palesare. Semplicemente trovò un modo più efficace di farlo. Capì che quei fogli sarebbero diventati il suo specchio. Il modo, l’unico, per riflettersi. Per riflettere. Aveva deciso di scrivere per questo, sì. Ma negli ultimi giorni il secondo motivo le sembrava più forte del primo. Scriveva per lasciar traccia. Non una traccia di sé agli altri, no. Cercava una traccia utile a far in modo che le parole dette non potessero svanire. Ecco: usava le parole per difendere le parole stesse. Del resto, aveva sempre riposto un’enorme fiducia in loro. Le amava. E sciaguratamente aveva creduto che questo amore bastasse per portar loro rispetto. S’era così per lei, doveva esserlo necessariamente anche per gli altri. E invece no, ovvio. Col tempo confermò a se stessa il sospetto verso chi non sapeva gestirle, quelle parole. Ma, cosa più importante, si scoprì spaventata. Spaventata da chi, quelle stesse parole, sapeva giostrarle a suo piacimento, con padronanza a volte migliore della sua, ma per fini diversi. Aveva paura, sì, perché era in grado persino di farsi affascinare da questa capacità. Perché le era capitato, nei suoi slanci di quasi-venerazione, di proibirsi di guardare oltre quella. Decise di scrivere, allora. Affinché le parole diventassero segni tangibili. Affinchè non le si potesse abbandonare all’incuria del tempo. Affinchè i progetti disegnati da pseudoarchitetti della lingua venissero demoliti prima ancora che se ne gettassero le basi. Perché le parole erano scritte. Lei non le aveva abbandonate al vento occasionale: erano diventate la testimonianza di quello che si cercava d’essere e non si era. Erano, ormai, solo mattoni inutilizzabili per l’edificio che l’estro poetico e beffardo di qualcuno voleva costruire: tutti diversi tra loro. Essi stessi incoerenti, ipocriti. E anche qualora qualcuno si fosse accanito in quell’impresa, anche qualora qualcuno fosse riuscito a costruirlo quel museo celebrativo di se stesso, lei avrebbe continuato a sorridere. Perché sapeva che le sarebbe bastato soffiare. Soffiare su un’esistenza per renderla macerie. June 10 EcoAccade per caso. Come sempre accade. Come tutte le volte in cui le verità celate diventano evidenti. Circostanze assolutamente imprevedibili. Occhi lontani che inspiegabilmente si trovano. Parole troppo liquide per poter essere arginate: nessuna diga reggerebbe il loro peso. Tu se lì, in piedi, ed osservi lo spettacolo. Non sai ancora se startene semplicemente a guardare o se favorirlo, quel flusso. Fatichi a seguirlo con lo sguardo. Porta via tutto. È pura catarsi.
Sentimenti barattati. Frasi meschine. Odori pregnanti. Maschere grottesche. Sesso marcio. Racconti di nulla. Occhiaie abbellite. Essenze sopravvalutate. Assenze giustificate.
Intorno è solo vuoto, ora. Senti l’eco di quella fotografia. La scopri felice d’essersi liberata di ciò che non era. Stufa anche lei di essere una rappresentazione falsata di chi si atteggiava ad intellettuale, ma era già da tempo intellettualmente morto. O forse, ancor più, di chi intellettualmente non era mai esistito. E inconsapevole di questo, conduceva la sua vita nella sola maniera che conoscesse: evitando. Di dire, di mostrasi, di ammettersi, di amare. Tentando di essere. Riuscendo solo a sembrare la copia di se stesso. Un’inutile copia in bianco e nero. Priva di colori e di contrasti. In ogni fottutissima occasione. La copia di qualcuno che mira sempre al premio più basso della lotteria, per il solo gusto di non sentirsi sconfitto.
E tu? Cosa ci facevi lì, tu? A cosa ti aggrappavi? Speravi? Scivolavi? Camminavi? Cercavi?
“No. Io aspettavo che arrivasse l’eco. Io ero l’eco”.
Cirano"Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio,
perchè con questa spada vi uccido quando voglio"
- F. Guccini, Cirano - Dicono?Dicono?
Dimenticano.
Non dicono?
hanno detto.
Fanno?
E' fatale.
Non fanno?
E' uguale.
Perchè aspettare?
Tutto è sognare
-F. Pessoa- May 06 ...Eccolo qui il mio intervento...così non deludo aspettative altrui.
Buona giornata e, ovviamente, buona lettura. May 02 Occhi
I miei occhi non vedono parole. Scrivono. April 30 GhSì, sì. Mi diverto e rido di brutto col fallimento dei tentativi altrui.
Sghignazzo con chi predica bene e razzola male.
Se non altro, io, mi riservo di fare entrambe le cose al negativo.
A tutta coerenza, eh, gente?
Però... beh, sì... traggo una qualche soddisfazione dall'essere il punto focale delle piccolezze "da grandi".
Lo sapevate, vero?
April 29 E mi fa male
"Me ne vergogno un po' e mi fa male vedere un uomo come un animale" - F.Battiato, Povera patria - LimboVenti ceffoni ed una carezza. La stessa mano che continua ad intrappolarti in un limbo dal quale sai di dover uscire. Da una parte te; dall'altra anche. E' facile, no? Non puoi vedere altro, in fondo. Ma ancora ascolti. E non si tratta di rumore bianco. Perchè distingui parole. A volte sorrisi. Urla. Non lo vedi, no. Eppure riesci a sentire la presenza di quello specchio. Deforma. Assottiglia. Ingigantisce. Non ammalia. Sceglie di restituire di te l'immagine più autentica. Quella in cui la tua inadeguatezza è solo il riflesso delle inadeguatezze altrui. Meno palesi, più arroganti. Tu lo sai. Probabilmente lo sanno anche loro. Ma è troppo sottile l'ago sul quale è posizionato il microfono. Meglio non azzardare. Meglio tacere. Peggio scoprirsi. Troppa fatica chiedersi. E un pezzo comunque verrebbe a mancare. Ballare? No. E' come essere al mercato. C'è troppa gente lì. Spaventa. Perché guarda con occhi che sono nostri. Costringe ad essere, non semplicemente a dire. Tu sei lì e comunque non vedi, ma percepisci questo. Dal tuo limbo. Ancora da lì. Lo senti come poche volte hai sentito. Non ti piace. Vorresti vomitarlo. Ti trattieni: il sapore sarebbe sgradevole. Amaro. Acre. Cinico. Egoista. Lo riconosci. E' il gusto da cui hai sempre difeso gli altri. Quello da cui non hai mai saputo difenderti. La chiamano cattiveria. Mancanza di sensibilità. Tu ancora ti aspetti di riuscire a trovare un nome per ogni sguardo in cui l'hai incrociata. Ogni parola in cui l'hai letta. E intanto ti stupisci. Perché la primavera è solo fuori. Incurante. Del tuo limbo. Di te che sai di doverne uscire. Da una parte te; dall'altra anche. La tua estate.
LoroE loro ci sono.
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